Fa male. Che ci volete fare? Quel tiro che si infila beffardo nella retina reggiana, la sirena che suona, gli avversari che esultano. Tragico ma sportivamente epico finale di un’era.
Quella sirena, quella che Leunen ha battuto, non ha chiuso solo la stagione biancorossa, no. Ha chiuso un ciclo.




Frase fatta e che vuole dire poco, se ci pensate, perché ogni anno è un ciclo nuovo. Però questa Grissin Bon, quella della salvezza con tiro sbagliato da Antonio Porta, quella che è cresciuta talmente tanto da arrivare a vincere in Italia e In Europa, quella che si è messa sulla mappa del basket italiano, é finita su quella magia del lungo USA.
Le ere sono fatte per chiudersi, ma quando arriva quel momento dispiace, dispiace da morire. Perché in questi anni il basket a Reggio è diventato quel che è ora solo grazie a questa società e a chi – alternando giocatori – ha costruito questo sogno.

Finisce un’era, indipendentemente da chi sarà o no presente dal prossimo anno. Finisce l’era del “dove eravamo qualche anno fa”, del “primo trofeo internazionale”, della “cooperativa dei canestri”, degli “immortali” di due anni or sono, degli “italiani” di “Logan che mannaggia a lui quando è forte”, della squadra schizofrenica di quest’anno.
Finisce un’era ma Pallacanestro Reggiana resta. E restano quelli che l’hanno resa quel che è ora, una squadra che quando non vince desta stupore. Avete capito? Quando non vince desta stupore. Incredibile.




E tenendo presente sempre che di insostituibile c’è solo Stefano Landi, che si spera possa decidere di far vincere la passione sulla ragione ancora una volta – cosa a cui non dobbiamo assuefarci, perché se qualcosa cambierà ne avrà tutte le ragioni del mondo -, alziamoci in piedi e applaudimo questa Grissin Bon, perché quello che ieri sera si è chiuso, non è scontato lo rivedremo ancora.
Darlo per scontato sarebbe un errore madornale, quindi non perdiamo occasione di rendere omaggio a un’era, perché se siamo qui ad arrabbiarci e a disperarci, a urlare e gioire, a digrignare i denti o abbracciare il nostro vicino di posto, lo dobbiamo a chi ha creato questi anni magnifici.
Brucia come ogni anno, ma stavolta in modo diverso: come quando una tua certezza se ne va, anche se eri pronto e sapevi che prima o poi sarebbe successo.
Quando arriva quel momento fa male.

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Alessandro Caraffi

Redattore di baskettime.it. Giornalista pubblicista dal 2016 Follow @AlleTaffi