Problemi congeniti, momenti in cui dal nulla si perdono le poche certezze create. La Grissin Bon è brutta e ha la durezza mentale di un pulcino. Ma cosa fare per invertire la rotta?

Brutta, brutta da impazzire. La Grissin Bon che prende uno schiaffo pesante dalla Dolomiti Energia e dall’ex Ojars Silins è decisamente una squadra in difficoltà: non sono non fa passi in avanti, ma probabilmente riesce anche a farne indietro, ingigantendo i problemi palesati in questo primo mese di gare e dando la netta sensazione che “il malato sia grave”.




Nelle nostre #domandebanali proviamo ad analizzare il momento reggiano.

1) Cambiamo qualcosa o si andrà a fondo, cosa aspettano?
Premessa: dopo 8 partite e un mese di basket giocato, una riga va tirata. E sotto questa riga c’è un numero negativo. La Grissin Bon migliore dell’anno è parsa essere la prima, quella di Avellino. Vero che c’era Cervi, ma altri erano ancora fuori condizione. Poi sono arrivate le due vittorie in EuroCup ma sono maturate per partite esaltanti dei singoli e non perché questa squadra avesse trovato il bandolo di questa intricata matassa. Ora la Grissin Bon è un granchio: i blackout ci sono ancora, esattamente come prima, i momento di “zero garra” anche, le difficoltà ad affiancare un go-to-guy credibile a Della Valle pure. Quindi? Quindi siamo da capo. E allora? E allora viene il sospetto che i problemi di questa Grissin Bon siano congeniti, strutturali, non legati a un processo di crescita o a un momento. Quindi qualcosa va fatto, per risolverli. Dare nuovi ruoli ad alcuni giocatori? Forse. Cambiarli? Forse. Di certo – è palese – la delusione più grande arriva dai veterani, Della Valle e Cervi esclusi per divergenti ma ovvi motivi. E allora? E allora non ci stupiremmo se si arrivasse anche a una scelta radicale, cioè sacrificarne uno per provare a inserire qualcosa di diverso. Qualcosa (qualcuno) che possa mettere una pezza ai buchi, sia in attacco sia nel togliere pressione da chi, questa pressione, non è fatto per sostenerla ma che ora si trova a doverla gestire per mancanza di attori che avrebbero dovuto condividerla.




Si chiamano leader, veterani, chiamateli come volete.
Ma attenzione: parlare al bar o sui social è bello e leggero, ma la realtà è che per come è strutturata questa squadra cambiare non è semplice. O si vira su un 3+4+5, cosa francamente poco credibile per questioni economiche e di “credo” societario, oppure si cerca di intervenire in qualche ruolo o settore, facendo anche scelte impopolari e coraggiose, non strettamente legate al rendimento dei singoli, sia chiaro, ma che – probabilmente – sarebbero le meno invasive. Mica facile. Mica facile per niente tra 5+5, investimenti sui giovani, bilanci…

2) E perché non cambiare il coach?
Mah. La storia sportiva è piena di cambi di coach che portano a risultati identici a prima, alla resa dei conti. E qui le simpatie o antipatie per uno o per l’altro si lasciano da parte. Devono essere lasciate da parte. Cambiare coach Menetti adesso sarebbe una scelta radicale, rivoluzionaria e che non darebbe certezze.




Ovvio che la società farà le sue valutazioni anche in questo settore, ma ci chiediamo se davvero sarebbe risolutivo. A nostro parere i problemi sono in campo, prima che sulla panchina. Chiaro che le scelte sono state fatte da tutti, società e staff tecnico e pertanto le responsabilità sono di tutti, come logico che sia. Se si opterà per una scelta di questo tipo si aprono frontiere di rischio che a oggi non siamo certi che la società voglia prendersi. Per tutta una serie di ragioni razionali che sono condivisibili o meno, ma che ci sono.